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La Storia

Melizzano dall’Evo antico alla Transumanza

Melizzano, posta alla confluenza del Calore con il Volturno, ebbe fin dall’antichità una posizione strategica, di controllo della valle di Dugenta, attraverso la quale passava il “Diverticulum”, ovvero un ramo secondario della viabilità romana che, innestandosi sull’Appia presso Calatia (l’odierna Maddaloni), si congiungeva con la via Latina, presso l’antica Telesia.

Melizzano viene ricordata per la prima volta da Tito Livio quando il console Fabio, durante la guerra annibalica, per riprendere le città che erano passate al nemico, si diresse verso il Sannio. “Il paese di Caudio nel Sannio fu più di tutti devastato violentemente; i campi furono incendiati in lungo e in largo; fu fatta ricca preda di bestiame e di uomini; le città di Compulteria, Telesia, Compsa, Melae, Fagifula e Orbitanio furono prese con la forza” (Livio, XXIV, 20). Una seconda volta Livio nomina Melae a proposito del console Marcello il quale nel 215 a.C. “dopo aver ripreso per tradimento Salapia, strappò ai Sanniti la città di Marmoree e di Melae – Marmoreas et Meles de Samnitibus vi cepit. Qui furono sopraffatti circa tremila soldati di Annibale, che vi erano stati lasciati come guarnigione. Il ricco bottino fu lasciato ai soldati. Furono trovati duecentoquarantamila moggi di grano e centomila di orzo – Tritici quoque ducenta quadraginta milia modium et centum decem milia hordei inventa” (Livio, XXXVII, 1). Il ritrovamento di così ingente quantità di grano avvalora la posizione strategica di Melizzano e ci fa comprendere la grande navigabilità del Volturno e del Calore nell’antichità. Basti pensare che il Calore aveva un porto fluviale nei pressi di Benevento, dove veniva caricato il grano proveniente dalla Puglia e trasportato a Roma (W. Iohannowsky, “La navigabilità del Volturno nell’antichità”). Forse il grano accumulato a Melae da Annibale fu trasportato attraverso il Calore.

Lo studioso Michele Carroccia in un significativo trattato sulla Tabula Peutingeriana, dal titolo “Strade ed insediamenti del Sannio, in epoca romana nel segmento V della Tabula Peutingeriana”, accennando ai vari percorsi riferisce anche quello che, partendo da Calatia, si innesta sulla via Latina passando per il territorio di Melizzano e che oggi corrisponderebbe alla “S.S. 265 Sannitica dei Ponti della Valle” che ad Amorosi si innesta sulla “S.S. 87”. Ebbene questo “Diverticulum” , di cui abbiamo parlato in premessa, aveva un posto di tappa indicato dal cartografo romano chiamato “mutatio”, che era la stazione in cui si fermavano per il cambio dei cavalli, le carrozze che trasportavano la posta, le merci ed anche i passeggeri. Le mutationes erano distribuite, sulle strade romane alla distanza di un giorno di cammino, di modo che coloro che portavano la posta potevano fermarsi per una notte e riposare. Lo studioso Carroccia ha individuato tale mutatio non lontano da Melizzano e precisamente nella cosiddetta “Taverna Merrone” di Dugenta, ancora esistente (M. Carroccia, Strade ed insediamenti etc., Campobasso, 1989, p. 32). Di Melae poi si perdono le tracce e il suo nome appare, circa 10 secoli dopo, nel Catalogo dei Baroni Normanni, al n. 964, trasformato in Meliczano, “et de Meliczano feudum unius militis” (A. Meomartini, I Comuni della provincia di Benevento, p. 331).

Riemerge pertanto l’importanza strategica di Melizzano per la sua posizione a guardia della Valle di Dugenta, passaggio obbligato tra il Sannio e la Campania antica. E così il castello di Melizzano e quello di Dugenta, entrano in una rete difensiva, come afferma l’arch. Carlo Perogalli: “Ma  spesso  più torri erano collegate l’una all’altra mediante ideali “ponti aerei”: in pratica costituendo sul territorio, specialmente lungo le vallate, delle linee spezzate, ad ogni angolo delle quali si trovava appunto una torre la quale era in grado dunque di scorgere i segnali emersi sia dalla precedente che dalla successiva: fumate di giorno e fuochi di notte, secondo veri e propri codici per la teletrasmissione delle notizie, in particolare degli allarmi” (C. Perogalli, Tipologia dell’architettura castellana in “Le opere di fortificazione nel paesaggio e nel contesto urbano”, Ist. It. di castelli, Napoli, 1969, p. 35).

Siamo così entrati nel Medioevo allorché veniamo a sapere che nel 1212 il Conte di Caserta Roberto fa donazione di alcune terre al Monastero di S. Spirito “De Silva Orcole”, nella Diocesi di Sant’Agata. Il Monastero si trovava nella Selva  Orcole, ai confini tra Melizzano e Dugenta (Ricciardi, L. Teleria, Benevento 1927, p. 57).

In seguito il nome Melizzano appare chiaramente quando il primo giugno 1421 la Regina Giovanna II dona in feudo la Contea di S. Agata dei Goti e la Baronia di Tocco, i castelli di Durazzano, Limatola, Melizzano, Bagnoli e Valle di Maddaloni, confiscati a Baldassarre della Ratta e già posseduti da Carlo Artus e Onorato I Caetani (Caetani, Reg. Chart. IV, pp. 5-11). Tuttavia il Conte Giovanni della Ratta, figlio di Baldassarre, giovane bello ed aitante nell’aspetto, valoroso cavaliere, designato dal Re Alfonso I d’Aragona ad accompagnare nel 1452 l’imperatore di Germania Federico III e la moglie nelle feste tributate a Napoli ai due sovrani, per i servizi resi al Re Alfonso riesce ad ereditare le terre e i feudi confiscati al padre (Esperti, Mem. Ist., p. 248). Difatti fu proprio in occasione del suo matrimonio con Anna Orsini che il Re Alfonso gli concesse le terre e i feudi appartenuti al padre (Indice delle Cedole di Tesoreria, oggi distrutte, Arch. St. Napoli, f. 39). Morto il Conte Giovanni nell’agosto del 1457, il figlio Francesco, avendo avuto per balio da Re Ferdinado il cugino Giacomo della Ratta, Arcivescovo di Benevento, ebbe riconfermati i possedimenti e i titoli paterni, il 18 luglio 1458, tra i quali i feudi di Limatola, Dugenta e i castelli di Frasso e Melizzano (Ricca E.,  Ist. Dei Feudi, p. 624 – Fonti Aragonesi XII p. 95).

Si perviene al 26 marzo 1506 quando Caterina della Ratta ebbe confermati dal Re Ferdinando il Cattolico i possedimenti degli avi, tra cui i feudi di Limatola, Dugenta, Frasso e Melizzano (Minieri Riccio, dal Repertorio di Terra di Lavoro, nell’Arch. Di Stato di Napoli, fasc. III, 1893/4, p. 677-8). Qualche anno dopo tali possedimenti furono ereditati da Francesco Gambacorta che nel 1510 sposò Caterina della Ratta, nipote della Contessa Caterina. Essendo nota la storia delle future successioni feudali di Melizzano, ci soffermeremo prima di concludere questo nostro breve intervento, su una attività molto fiorente nel territorio di Melizzano, la pastorizia e la relativa transumanza. Dalla Statistica del Circondario di Solopaca, in Rivista Storica di Terra di Lavoro, anno V, n. 1-2, gennaio-dicembre 1980, p. 8, veniamo a sapere che a Melizzano era praticata la pastorizia con 600 capi contro i 400 di Solopaca e i 200 di Dugenta. E viene detto anche “l’armento è alla pastura errante, in tempo di primavera e d’estate, ed autunno”. Si sa che la pastorizia nelle nostre zone è pratica antichissima, tanto che Varrone ricorda la transumanza, ovvero le “gregies ovium” che “longe abiguntur ex Apulia in Samnium aestivatum” (De Re Rustica, lib. II, 1). La transumanza per i grandi proprietari di armenti avveniva tra il Sannio e la Puglia. Essa, dopo alcuni secoli, fu regolata dal Re Alfonso d’Aragona con la Prammatica del primo agosto 1447 che istituì in Foggia la “Real Dogana menae pecudum”, per la tutela e la garanzia del bestiame durante il percorso attraverso i “tratturi regi”. I piccoli proprietari di armenti, come quelli di Melizzano, Amorosi, Puglianello, etc. praticavano, invece, la transumanza nelle località vicine tra cui il Taburno. Questi ultimi proprietari spesso riunivano i loro animali in “soccita”, con il patto di dividere le spese e il guadagno in proporzione al numero dei capi di bestiame messi in società (Domenico Franco, La pastorizia e il commercio della lana nell’antica e nuova Cerreto, in Samnium, anno XXXIX, gennaio-giugno 1961, n. 1-2, p. 77-78). La  transumanza locale a Melizzano e nei paesi limitrofi fu praticata fino alla prima metà del secolo scorso. A Limatola l’ultimo pastore a praticarla fin verso gli anni quaranta fu Giovanni Russo di Biancano.